MY NAME IS LUCA

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Unico musicista della mia famiglia, ad eccezione del nonno materno che cantava nella corale della parrocchia (ma immagino che quello non conti), mi sono avvicinato alla musica attraverso la banda del mio paese, come è accaduto a molti colleghi che ormai occupano posti di prestigio nelle migliori orchestre.

Ho iniziato con la tromba, poi il mio maestro, che in banda insegnava anche clarinetto, sassofono e solfeggio, pensò che fossi più portato per il trombone.

Tra una marcetta e l’altra inizio così i cosiddetti studi accademici al conservatorio “G. Verdi” di Como, dove mi diplomo nel 2009, anno fondamentale per la mia formazione perché ad uno dei corsi estivi di Santa Fiora (meraviglioso borgo alle pendici del monte Amiata, sede da anni di corsi di perfezionamento per ottoni) conosco il maestro Andrea Conti: da quel momento sarà una guida costante nel mio percorso di crescita, e finalmente inizio ad avere un’idea di cosa sia il trombone.

Dopo un anno di studio “matto e disperatissimo”, come direbbe qualcuno, vinco nel 2010 l’audizione per entrare a far parte dell’orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala di Milano e inizia quella che per me sarà un’esperienza formativa bellissima e fondamentale.

Respirare l’aria di quel teatro è già di per se uno stimolo a migliorare ma mi piace sottolineare come questo sia anche il momento in cui, grazie agli stage sulla musica contemporanea tenuti da direttori preparatissimi (Peter Rundel e Susanna Mällki su tutti), entro in contatto con quello che diventerà per me un repertorio fondamentale, quello appunto del ‘900 e contemporaneo.

Nel frattempo arrivano anche le prime esperienze professionali, le collaborazioni con i Pomeriggi Musicali di Milano, l’Orchestra di Padova e del Veneto, il Festival Puccini e altre realtà del panorama nazionale, fino al 2011, quando vengo selezionato per partecipare al festival giovanile di Bayreuth, nell’ambito del famosissimo festival wagneriano, che segna la mia prima vera esperienza in terra teutonica e mi butta, letteralmente, visto che in circa un mese suoniamo tutti gli highlights del repertorio, nel mondo sonoro di Wagner che da quel momento rimarrà parte indelebile della mia anima musicale.

Le esperienze oltralpe però sono appena cominciate, perché nel 2013 entro a far parte della classe di trombone dell’Hochschule für Musik “Felix Mendelssohn Bartholdy” di Lipsia, docente Thomas Leyendecker, trombone basso dei Berliner Philharmoniker.

Per capire cosa significhi questo per me, dovete immaginare un ragazzino sfegatato per il calcio che ha la camera tappezzata dei poster di Van Basten; ecco, io in camera avevo tutti i dischi reperibili della Filarmonica di Berlino da Arthur Nikisch in poi e vedevo (vedo tuttora, in realtà) quell’orchestra e i suoi componenti come una specie di mito irraggiungibile, quindi capirete l’emozione nel trovarmi ad avere un insegnante così e poter sentire quell’orchestra dal vivo quasi tutte le settimane (Flixbus ringrazia..).

Intanto continuano le soddisfazioni professionali, con progetti meravigliosi come la Spira Mirabilis, il gruppo d’ottoni Ambrassador (formato da prime parti delle più importanti orchestre tedesche) e collaborazioni con orchestre di rilievo come l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Potsdam Kammerakademie, l’Orchestra Leonore, il teatro dell’opera di Rudolstadt e l’Orchestra Sinfonica di Lipsia.

Ricordo ovviamente con grande affetto gli anni di Lipsia, anni di grande sacrificio ma anche grandissima crescita personale e musicale, anni in cui in qualche modo tutto comincia ad andare al posto giusto, anni in cui anche la chiamata della direzione d’orchestra comincia a sentirsi forte e chiara e, complice l’ambiente musicale in cui ero immerso, è il momento in cui riesco a vedere con chiarezza la bellezza e la necessità urgente (almeno per me) di comprendere la Musica da più punti di vista.

Mi piace pensare che i direttori incontrati fino a quel momento, i compositori con cui ho avuto la fortuna di lavorare, i colleghi d’orchestra, le esperienze vissute mi abbiano in qualche modo accompagnato verso il prossimo capitolo della mia carriera e allo stesso tempo aiutato a sviluppare un rispetto quasi maniacale per la professione della direzione d’orchestra.

Ed è proprio grazie a questo rispetto, mal sopportando sbacchettatori improvvisati, che inizio a studiare seriamente la disciplina della direzione, prima con alcuni corsi extra curriculari all’università di Lipsia e poi dal 2016, terminati gli studi in Germania con il conseguimento del Master in Trombone, presso il conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano.

A Lugano ho la fortuna di avere un insegnante come Marc Kissoczy, il quale ha la rara dote di far migliorare qualsiasi allievo gli si presenti a lezione, indipendentemente dal livello di quest’ultimo, e di completare la mia formazione affinando le competenze che un direttore dovrebbe avere (composizione, lettura della partitura, orchestrazione..).

Arrivano cosi le prime esperienze significative anche come direttore, il debutto al LAC di Lugano con l’Orchestra della Svizzera Italiana, il debutto con l’orchestra del Teatro dell’Opera Nazionale di Costanza, le collaborazioni con la Vidin Sinfonietta e i frequenti progetti con la Filarmonica Ettore Pozzoli di Seregno, realtà che si adopera per portare la musica di valore anche fuori dai grandi centri urbani mantenendo un altissimo profilo culturale.

Inizia quindi un periodo in cui le due identità di direttore e musicista d’orchestra si fondono sempre più, sia nello studio personale che in ambito lavorativo: ogni collaborazione in orchestra diventa per me una masterclass per direttori e ogni occasione di dirigere è arricchita dall’esperienza avuta con lo strumento, aspetto sempre gradito anche dagli stessi orchestrali.

E a proposito di masterclass, a Luglio 2019 ne arriva una, totalmente inaspettata, che a me pare chiudere un cerchio: la Riccardo Muti Italian Opera Academy.

Fino a quel momento, grazie alla collaborazione con orchestre prestigiose avevo avuto la fortuna di lavorare con direttori come Gustavo Dudamel, Sir Antonio Pappano, Fabio Luisi, Manfred Honeck, Mikko Franck, Gianandrea Noseda, Karl-Anton Richembacher, Susanna Mällki e altri ancora ma il maestro Muti rimaneva un sogno nel cassetto a cui, più o meno segretamente, tutti i musicisti ambiscono.

Dopo essere stato invitato all’audizione finale alla presenza del maestro, vengo selezionato come allievo uditore del corso e iniziano due settimane illuminanti di approfondimenti, lezioni e relazioni che, grazie anche a quello che il maestro Muti rappresenta, mi hanno permesso di guardare dritto all’essenza di questa disciplina misteriosa che è la direzione d’orchestra e forse, più in generale, indicato una strada da seguire con i propri modesti mezzi e le proprie limitate esperienze ma con la convinzione che lo studio e l’approfondimento non siano mai un errore ma piuttosto una scelta che chi vuole essere Musicista rinnova ogni giorno.

Luca

 

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